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Interviste

Inter, Zanetti spiega: “La fascia da capitano è un onore e un privilegio”

Il vicepresidente si racconta su Instagram, ripercorrendo i 19 anni di carriera nerazzurra insieme a personaggi come Ronaldo, Adriano e Mourinho

Javier Zanetti, storico capitano e attuale vicepresidente dell’Inter, è intervenuto nella diretta Instagram del canale Fifa World Cup per raccontare la sua lunga carriera nerazzurra e il suo rapporto sempre corretto con compagni e avversari. “Ho avuto la fortuna di affrontare grandi giocatori in 23 anni di carriera: posso dire Zidane, Kakà, Cristiano Ronaldo, Henry, Messi. Tutti giocatori difficili da marcare, ognuno per le sue caratteristiche. Dovevi correre tanto per stargli dietro”. E la corsa, al Tractor nerazzurro, non è mai mancata.

Una vita da capitano

Proprio in riferimento alla Pulga, Zanetti ha ricordato di essere stato il suo capitano nella nazionale argentina, mentre con la maglia dell’Inter ha guidato altri campioni del calibro di Baggio, Vieira, Ibrahimovic e dei due brasiliani che più l’hanno impressionato, Ronaldo e Adriano. “Il Ronaldo dell’Inter era straordinario, arrivava da quello che stava facendo al Barça: era nel suo miglior momento“, ha detto di lui la bandiera nerazzurra, aggiungendo che “il suo arrivo in Italia è stata una rivoluzione per la gente che ama il calcio“. Gli occhi di Zanetti brillano ancora quando descrive il gol del Fenomeno in finale di Coppa Uefa contro la Lazio: “Fu una grande notte e un’azione straordinaria“.

Dell’Imperatore, invece, l’argentino racconta le potenzialità enormi che erano già sotto gli occhi di tutti nel giorno della magistrale punizione contro il Real Madrid, all’esordio: “Ricordo la prima partita di Adriano con l’Inter, a Madrid contro il Real. Calcio di punizione dell’Inter: aveva segnato con un missile, golazo all’incrocio. Meno male che non ha preso nessuno in barriera. Aveva grande forza fisica, era forte di testa e aveva una grande qualità. Era un grande attaccante“. Nelle parole di Zanetti traspare come ancora il capitano non si perdoni di non essere riuscito a salvare il centravanti brasiliano dalla depressione. “È stata la mia sconfitta più grande“, aveva dichiarato solo qualche anno fa.

La notte di Madrid del 2010, invece, resta per il vicepresidente nerazzurro il ricordo più bello: “Non solo perché avevo vinto il trofeo da capitano che all’Inter mancava da 45 anni, ma anche perché ho festeggiato 700 partite in nerazzurro: si chiude tutto in una grande notte per me, per i miei compagni e per la gente dell’Inter. Abbiamo finito vincendo il Triplete e siamo l’unico club italiano ad averlo fatto“. Ride ripensando all’espressione di gioia che quel momento magico gli ha lasciato: “La faccia non era la mia, era deformata dalla felicità per aver conquistato un trofeo storico. Nei primi 10 anni all’Inter abbiamo conquistato solo una Coppa Uefa, poi abbiamo vinto tutto“.

Parlando di Triplete, è impossibile non soffermarsi sul condottiero di quell’impresa: José Mourinho. “Avevamo un allenatore di grande capacità e personalità, curava i dettagli e stava sempre attento a tutto. Era un grande motivatore. José ci fece capire che potevamo fare di più. Eravamo una squadra di grandi giocatori perché c’era tanta qualità, ma anche un gruppo di grande personalità, grandi uomini. Con lui abbiamo coronato due anni fantastici“.

Dal campo alla scrivania

L’arrivo all’Inter non era certo previsto. “Nella mia testa l’idea era di restare al Banfield e crescere, magari finire in un grande club in Argentina per poi fare il salto in Europa: in quel momento dovevo essere preparato. Fu un grande responsabilità, non sapevo se sentirmi pronto per un club con la storia dell’Inter e per un campionato come quello italiano“. In questo trasferimento che gli ha cambiato la vita e che Zanetti ricorda come un “cambiamento grandissimo”, un ruolo fondamentale lo ebbe il presidente Massimo Moratti. “Aveva visto una cassetta del calcio argentino per visionare Ortega, poi disse che gli piaceva il numero 4“.

Sulla panchina dell’Inter 1995/96 trova Ottavio Bianchi, almeno per le prime partite. “Bianchi mi chiese dove volevo giocare: nel 3-5-2, mi mise a destra con Roberto Carlos a sinistra“. Con il terzino brasiliano, diventato poi una leggenda del Real Madrid, Zanetti è in ottimi rapporti: “Abbiamo fatto solo un anno insieme all’Inter, ma fu fantastico. È una grande persona, era anche lui nuovo in Europa. Fu un anno solo, ma quando ci vediamo ci abbracciamo e ricordiamo i bei momenti“.

La bandiera nerazzurra si sofferma poi su Maicon, che a Milano ha avuto sicuramente maggiori fortune del connazionale: “Lui per noi era fondamentale, era come avere Roberto Carlos, Marcelo o Dani Alves: giocatori che quando vanno in attacco creano qualcosa in più. Maicon per noi era un’arma letale“. Il ruolo del terzino è fondamentale per l’argentino: “La prima cosa a cui devi pensare è marcare, poi devi avere la capacità per ribaltare l’azione e fare la cosa migliore“.

Proprio come terzino Zanetti ha mostrato tutto il suo potenziale in campo, crescendo negli anni secondo una rigida cultura del lavoro e del sacrificio che l’hanno portato a diventare il capitano dell’Inter. “Uno può vincere o perdere, ma la carriera che si costruisce è la cosa più importante: se ti alleni seriamente, vieni ripagato. I miei primi anni all’Inter mi servirono a costruire quello che è successo dopo. Una cosa che volevo sempre è che i compagni mi rispettassero per il mio modo di comportarmi dentro e fuori dal campo. La fascia fu un onore e un privilegio“.

Nel 2014, dopo quasi vent’anni di Serie A sempre con la maglia nerazzurra addosso, decide di lasciare il calcio giocato. L’ultima partita è quella contro la Lazio del 10 maggio. “Una grandissima emozione perché tutto lo stadio è venuto a salutarmi e vedere i bambini con il numero 4 sul viso, tante famiglie che non volevano perdere la partita. Mi sono passati in testa tutti gli anni all’Inter. Un momento che porterò per sempre nel cuore. Non so come spiegarlo: c’è una sintonia molto forte con i tifosi, per quello ho deciso di indossare solo questa maglia“.

Dopo il ritiro, Thohir lo nomina vicepresidente e Zanetti si dà da fare per continuare a dare tutto sé stesso alla causa nerazzurra. “Quando mi preparavo all’addio al calcio, pensavo sempre di poter poi contribuire da dirigente. Quando finisco di giocare l’Inter mi chiede di diventare vicepresidente, capisco che è un ruolo importante e che richiede responsabilità. Ma dovevo prepararmi. Ho studiato finanza e marketing alla Bocconi di Milano perché volevo essere un vicepresidente non solo dedicato alla parte sportiva. Per un’Inter che vuole crescere a livello internazionale con tanti progetti di marketing e nell’ambito sociale dovevo avere una visione completa . Ora lavoro di squadra con gli altri dirigenti, e mi piace: ognuno è utile per quello che può dare. Per far vincere la squadra in campo serve anche il lavoro di squadra della dirigenza“. Parola del capitano di quell’Inter che ha vinto tutto.

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